Libro · La Divina Commedia
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Autore: Dante Alighieri
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surse in mia viseone una fanciulla piangendo forte, e dicea: "O
regina, perche per ira hai voluto esser nulla?
Ancisa t'hai per non perder Lavina; or m'hai perduta! Io son essa
che lutto, madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina".
Come si frange il sonno ove di butto nova luce percuote il viso
chiuso, che fratto guizza pria che muoia tutto;
così l'imaginar mio cadde giuso tosto che lume il volto mi
percosse, maggior assai che quel ch'è in nostro uso.
I' mi volgea per veder ov' io fosse, quando una voce disse "Qui
si monta", che da ogne altro intento mi rimosse;
e fece la mia voglia tanto pronta di riguardar chi era che
parlava, che mai non posa, se non si raffronta.
Ma come al sol che nostra vista grava e per soverchio sua figura
vela, così la mia virtù quivi mancava.
"Questo è divino spirito, che ne la via da ir sù ne drizza sanza
prego, e col suo lume se medesmo cela.
Sì fa con noi, come l'uom si fa sego; che quale aspetta prego e
l'uopo vede, malignamente già si mette al nego.
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