Libro · La Divina Commedia
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Autore: Dante Alighieri
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ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro, e sonar ne la voce e
"io" e "mio", quand' era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.
E cominciò: "Per esser giusto e pio son io qui essaltato a quella
gloria che non si lascia vincere a disio;
e in terra lasciai la mia memoria sì fatta, che le genti lì
malvage commendan lei, ma non seguon la storia".
Così un sol calor di molte brage si fa sentir, come di molti
amori usciva solo un suon di quella image.
Ond' io appresso: "O perpetui fiori de l'etterna letizia, che pur
uno parer mi fate tutti vostri odori,
solvetemi, spirando, il gran digiuno che lungamente m'ha tenuto
in fame, non trovandoli in terra cibo alcuno.
Ben so io che, se 'n cielo altro reame la divina giustizia fa suo
specchio, che 'l vostro non l'apprende con velame.
Sapete come attento io m'apparecchio ad ascoltar; sapete qual è
quello dubbio che m'è digiun cotanto vecchio".
Quasi falcone ch'esce del cappello, move la testa e con l'ali si
plaude, voglia mostrando e faccendosi bello,
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